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| 1975 Eugenio Miccini,
1978 Lara Vinca Masini, 1987
Tommaso Paloscia, |
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Gianni Dorigo, ecco un altro giovane politicamente impegnato, che si volge alla pittura per mediare il proprio pensiero. Ma proprio perché votato al confronto e alla partecipazione, dunque al dialogo, la pittura di Dorigo declina verso la scrittura, sia pure tenendosi rispettivamente a uguale distanza dalla sua genesi come dai suoi esiti. I suoi quadri, infatti, sono composti di una sola parola situata - ma dovrei dire ricavata- in una campitura pittorica dai colori elementari (per lo più il rosso ed il blu) prevalentemente monocroma. Quale che sia la zona germinale di queste-se cioè è la parola che si fa pittura o se è l' eidos che si fa logos poco importa. Il fatto è che Dorigo dubita, non è il suo un cogito cartesiano, un dubbio metodico. E' quella parte di ineffabile che sempre articola un pensiero che si dispone al dialogo. Dorigo diffida dai due media fino al punto di screditarli, perché possano suscitare nel cuore di un' ambiguità così moltiplicata il germe di un giudizio, lo spuntare di un sospetto, di un complesso di colpa-quasi un lapsus linguae- verso parole che tanto carezzano i nostri sogni ideologici.
C'è tutta una generazione di artisti che si è formata
culturalmente sul "maggio del '68" e che, in modi diversi, svolge
il tema del rapporto "arte-ideologia". Dorigo mi sembra tra
quelli che cercano di risolverlo sconvolgendo i termini "arte al
servizio dell' ideologia", tradizionali e spesso equivocanti (come
in tante interpretazioni "spaesate" di murales), recuperando,
invece, dell' ideologia, quei contenuti di creatività e di espressività,
capaci di tradursi in termini di "lavoro artistico". La sua
esperienza si svolge su due binari: il primo è quello del recupero
e delle catalogazioni, attraverso le fotografie delle "Scritte sui
muri", di un contesto espressivo spontaneo e "popolare"
e di un particolare codice di segni e di gestualità, che il mondo
dell' informale e della pop avevano già fatto emergere, seppure
in termini più "formali" ed "estetici", all'
attenzione. In questo ambito Dorigo usa la fotografia come strumento significante
ideologicamente, e, in secondo luogo, "formalmente".
Il vecchio lucertolone compare come una macchia viva nel caos della metropoli
dipinta. E a me viene in mente un' altra immagine, un altro tempo, un
altro spazio: la passeggiata dei quattro cavalieri nell' alba tragica
del massacro.
[…] Dorigo, recuperando la figura del mostro come ci viene proposta
dalla cinematografia e dalla grafica pubblicitaria, crea una specie di
icona contemporanea, dove il soggetto viene isolato dal contesto narrativo
della fiction per innescare un "dialogo" con la materia pittorica.
Neutro quel tempo NBA mesozoico
Nel cinema immaginario che dirigo
Il cinema è una moderna "finestra sul mondo", come lo fu la pittura figurativa prospettica a partire dal Quattrocento, come lo fu il "teatro all' italiana" nell' Ottocento, e come è più modernamente la televisione. Una finestra sul mondo: nel senso che il suo presupposto fondamentale è che vi sia uno spettatore che ha voglia di dare uno sguardo alla realtà che lo circonda. Queste sono osservazioni assai banali: meno banale, però, è il fatto che esistono anche "finestre" complementari, che aprono spazi di comunicazione fra l' esterno e l' interno, fra l' aperto e il chiuso, fra la luce e l' oscurità. Perché questo accada, occorre trovare dei luoghi collettivi in cui creare finestre che rinviano al luogo della visione. Questi luoghi esistono, e sono per lo più i muri delle città. Su di essi campeggia quella comunicazione pubblicitaria di spettacolo che crea un desiderio di fruizione fondato sull' attesa e sull' immaginazione. L' informazione sullo spettacolo ha sempre ben interpretato questo suo ruolo, proponendosi come una vera e propria "arte speciale". Anzi, a ben guardare, si potrebbe perfino dire che la pubblicità moderna nasce dai manifesti per il teatro o per il varietà dipinti da Toulose-Lautrec, da Mucha e da tanti altri, e poi con quelli per il cinema. La lunga premessa serve a capire l' originalità, concettuale prima ancora che tecnica, delle opere di Gianni Dorigo. Dorigo, infatti, si ispira ai manifesti cinematografici, da cui trae ispirazione e addirittura repertorio iconografico. Tutto ciò, fin qui, è già avvenuto: basti pensare al cubismo, al futurismo, al dadaismo o alla pop art americana, magari nella versione italiana di un Mimmo Rotella, che li adoperava come fonte per i suoi "decollages". Che si trattasse di sostituti materiali dei colori della tavolozza o che fossero ripetizioni dell' iconografia della vita quotidiana, comunque i manifesti del cinema erano delle citazioni: di cose dal mondo, alle quali sottrarre significato, o di idee del mondo, di cui invertire il senso. Dorigo, invece, fa un' altra cosa. Ridipinge i manifesti - che non sono più gli stessi - come soggetti di " quadri da cavalletto ", e li reinventa, aggiungendo magari scrittura o combinandoli in composizioni come se si trattasse di natura in posa. E così, paradossalmente, compie un' operazione concettuale, proprio mentre esibisce, al contrario del concettuale, la mano autrice dell' artefatto e del virtuosismo tecnico. Il cammino segnalato all' inizio, che partiva dalla pittura, e lentamente ma inesorabilmente conduceva alla pubblicità e alla sua affissione, si volge all' indietro. La pubblicità (quella pubblicità: fonte dell' immaginazione contemporanea, e soprattutto dotata di forte componente narrativa) torna verso la pittura, riscopre le sue origini antiche e ormai cancellate. Il pregio, peraltro, consiste proprio nel non limitarsi ad enunciare il percorso che abbiamo detto, producendo un' arte filosofica ma magari noiosa, ma a praticarlo coi mezzi medesimi del dipingere, affrontando così i rischi inevitabili che l' esibizione tecnica impone all' artista, ma che spesso costituiscono anche l' obiettivo della sua sfida e delle sue soddisfazioni.
Il dolce Kong, indomito scimmione, grida la sua disperazione, forse già presentando il volo fatale dal grattacielo più alto. Ed è bello immaginare che il suo urlo sia una sorta di richiamo all' amico-nemico Godzilla, il lucertolone giapponese risvegliato dalla paura nucleare. Così, con un quadroflash, Gianni Dorigo salda idealmente una sua mostra di ieri (appunto dedicata alle infinite metamorfosi di Godzilla) a questa nuova esposizione, un altro viaggio dentro al cinema del passato prossimo, scomposto e reinventato dalla sua fantasia di pittore. Non ci sono barriere o classifiche di qualità (la serie A e la serie B, categorie fragili ed ingannevoli). Così i mostri in bianco e nero della fantascienza anni cinquanta si possono mescolare al Dio, solitario e pietrificato, del sommo Dreyer; gli aerei in volo nei cieli della seconda guerra mondiale evocano la memoria di altre ardite picchiate e di altri mucchi selvaggi; la vana saggezza del sangue (o delle "sanguinarie") ci porterà fatalmente a una deviazione senza sbocchi (un tragico "Detour"). La "vertigine" è il sentimento dominante, sul tetro campanile in cui la donna di Hitchcock dovrà vivere (e morire) due volte o sulla scalinata in cui si infranse il sogno rivoluzionario di Eizenstejn e dei marinai della corazzata Potemkin. Stravagante cacciatore di immagini, Dorigo per la sua mostra non ha lavorato soltanto sui "migliori film della sua vita", ma su alcuni fotogrammi che hanno colpito la sua fantasia, scegliendo a volte frammenti o manifesti da opere a lui sconosciute. Fra le sue carte però, durante una visita amichevole nello studio-cantiere con alcuni quadri ancora in costruzione, ho trovato una sua privata "Piccola storia del cinema" un centinaio di titoli prediletti, messi in fila in ordine cronologico dal Gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene a Nuvole in viaggio (1996) di Aki Kaurismaki (gli ultimi cinque anni non sono stati ancora catalogati o non hanno lasciato emozioni profonde nel suo cuore di spettatore). Insomma c'è alle sue spalle un lavoro da critico-ricercatore da cineteca. Ma la filologia stavolta è cancellata; e credo che sia stata giusta la scelta di seguire per questo viaggio dentro alle ombre rosse e nere di uno schermo da ridipingere, un altro itinerario, più libero e non vincolato al criterio della qualità (ancorché personale e soggettiva). Mentre altri pittori si ispirano (che so) alle nature morte o vive, ai volti e ai corpi degli uomini e delle donne, alle suggestioni dei panorami e dei colori, Dorigo fruga nelle sue memorie da sala buia (o caverna dei sogni). Si mette davanti alla tela e deforma (riforma) figure e sensazioni remote, in alcuni casi precedenti anche alla sua infanzia: così ripartire alla ricerca del favoloso regno della Corona di ferro o ritrovarsi davanti al tribunale da caccia alle streghe di Dies irae, in fondo sarà lo stesso. E non casualmente gli anni sessanta sono il punto ideale di fermata. Non perché il cinema che è venuto dopo sia stato poeticamente insignificante, ma forse perché bloccando la porta del presente-futuro si possono sentire meglio i fremiti del passato. Più che un' operazione nostalgica, da vecchia pop-art, la "pitturafilmica" di Dorigo sembra suggerire la possibilità di un' autobiografia collettiva, non priva di dolore e di malinconia. Mi ritorna in mente una riflessione, scritta qualche decennio fa da Italo Calvino: "Il cinema della distanza che aveva nutrito la nostra giovinezza è capovolto definitivamente nel cinema della vicinanza assoluta. Nei tempi stretti delle nostre vite tutto resta lì, angosciosamente presente; le prime immagini dell' eros e le premonizioni della morte ci raggiungono in ogni sogno; la fine del mondo è cominciata con noi e non accenna a finire; il film di cui ci illudevamo di essere solo spettatori è la storia della nostra vita".
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